Stellarum Opifice – Piccolo Teatro

Federica Bern

Siamo nel 1600: Virgina è una fanciulla nata dalla relazione illegittima di Galileo con Marina Gamba di Venezia che è destinata a prendere i voti e a intraprendere la strada della monacazione. Nonostante la separazione dalla figura paterna e la condizione di clausura in cui si ritrova sin dalla tenera età, nel corso di tutto lo spettacolo, cerca di stabilire un rapporto con il padre scrivendogli lettere nelle quali manifesta tutta la sua ammirazione e tutto il suo amore. Amore che non verrà, però, ricambiato. (Non è certo che Galileo non abbia risposto alle lettere della figlia, ma ciò che è pervenuto ed è visibile al giorno d’oggi è uno scambio di lettere a senso unico.)

Dalla testimonianza cartacea di queste lettere nasce lo spettacolo il cui testo è scritto da Valeria Moretti e la regia è di Marco Carniti, nel quale Federica Bern interpreta il ruolo di protagonista nei panni di Suor Maria Celeste.

Uno spettacolo costruito su due piani, quello recitativo e quello audio-visivo che scandisce a più riprese la vita di clausura della giovane Suor Maria Celeste, sottolineando in modo repentino le caratteristiche dello spazio all’interno della quale essa è rinchiusa. Uno spazio claustrofobico, limitato dal quale ella fugge forse proprio attraverso le lettere, pensando al padre e alle sue scoperte “mio padre…che ha portato la luna più vicina alla terra…“. La limitatezza di questo spazio è creata non solo dall’abito che pare più una “gabbia” che la protagonista indossa quotidianamente, fatta eccezione per alcuni momenti di preghiera, che rimanda alla vita di clausura; ma anche dalla scenografia costituita da un cerchio di piccoli coni (che una volta scoperti celano dei lumini). In quest’ultimo, infatti, vi ho letto la limitatezza del convento che la esclude dal mondo esterno, dalla conoscenza (l’attrice, per esempio, cita Ariosto che lei e le consorelle non conoscono) che questo mondo potrebbe offrirle ma anche la routine ciclica, che si ripete di giorno in giorno, della vita all’interno delle mura del convento.

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Dall’altra parte un padre, Galileo, che non sembra molto presente nella vita della figlia (es. una delle scene che a parer mio risulta essere intensa e commovente è quando Virginia domanda al padre se le può far dono di un oggetto che serva a riscaldarla, di cui ella non potrebbe appropriarsi in breve tempo). Un tema, quello dell’abbandono paterno, senza tempo perchè è un problema del passato che tutt’oggi si manifesta all’interno della società; l’abbandono dei padri e il dispiacere dei figli che, come Virginia, li inseguono senza darsi pace con il loro intenso amore.

Per chi fosse interessato:

Piccolo Teatro Studio
dal 22 al 26 maggio 2013
Stellarum Opifice
Una lettera per Galileo Galilei di Valeria Moretti
Progetto e regia di Marco Carniti
con Federica Bern
Video installazione Francesco Scandale
Musiche David Barittoni, Giacomo De Caterini
Costume di Nicolas Hunerwadel/Assistente ai costumi Ulrike Plehn

Produzione La Gazza Ladra

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